A.S. 2887
SCHEMA DI PARERE PROPOSTO DAI SENATORI DELLA MONICA, CAROFIGLIO, CASSON, CHIURAZZI, D’AMBROSIO, GALPERTI, MARITATI, PERDUCA
La 2a Commissione permanente, esaminato, per le parti di propria competenza l’A.S. 2887, “Conversione in legge del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, recante ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria”, premesso che,
il decreto-legge in conversione rappresenta l’ultimo provvedimento del Governo in materia di stabilizzazione finanziaria, reso necessario dalle forti turbolenze sui mercati finanziari internazionali e dalla perdurante e strutturale debolezza del Paese, che il Governo non ha saputo affrontare nonostante i richiami e le sollecitazioni più volte avanzate dalla Commissione europea e dai Consigli europei dei Ministri;
anche con l’attuale manovra, le scelte adottate dal Governo, nel complesso, pur considerando necessario il raggiungimento degli obiettivi del pareggio di bilancio – confermato negli atti predisposti in sede comunitaria e nella lettera riservata della BCE al Governo, più volte citata e di cui il Parlamento non ha potuto prendere visione – sono ampiamente inadeguate, non rispondono alle reali esigenze del Paese e alle specifiche indicazioni e raccomandazioni espresse dall’UE in tema di stabilità e sviluppo, prefigurano un andamento recessivo per la nostra economia e soprattutto sono del tutto inique sul piano sociale;
la manovra correttiva in esame, di importo pari a 3,1 milioni di euro per l’anno 2011, a 18.335,4 milioni di euro per l’anno 2012, a 25.460 milioni di euro per il 2013 e a 7.433 milioni di euro per l’anno 2014, integra e corregge le disposizioni del decreto legge n. 98 del 6 luglio 2011, a sua volta di importo pari a 2.108,3 milioni di euro per l’anno 2011, di 5.577,5 milioni di euro per l’anno 2012, di 24.405,7 milioni di euro per l’anno 2013 e di 47.972,6 milioni di euro per l’anno 2014;
nel complesso, l’impatto delle due manovre correttive è pari a 2.139,8 milioni di euro per l’anno 2011, a 23.932,9 milioni di euro per l’anno 2012, a 49.865,7 milioni di euro per l’anno 2013 e a 55.405,6 milioni di euro per l’anno 2014;
per una corretta valutazione economica e politica, dunque, il decreto del Governo va collocato nella scia delle manovre precedenti, in particolare della manovra di metà luglio scorso e della manovra dell’autunno 2010, e solo in questa maniera è possibile cogliere la portata insostenibile degli interventi prospettati;
la manovra correttiva di luglio e quella in esame si basano, contrariamente a quanto più volte annunciato dal Governo, su nuove entrate, la maggior parte delle quali rivenienti dalla iniqua misura del fissato bollato sui depositi, che colpisce pesantemente il piccolo risparmio, dal contributo di solidarietà, dalla Robin Hood Tax e dal nuovo incremento delle accise su benzina e giochi, e dalla delega sulla riforma del fisco e dell’assistenza, ovvero con tagli di corrispondente importo sulle detrazioni, deduzioni e sulle misure di protezione sociale, che si aggiunge ai tagli già pesantissimi a Comuni e Regioni, e per la sanità;
perdura in questa manovra l’assenza di una visione e strategia per la crescita, con pregiudizio della credibilità dell’insieme delle azioni preventivate, proprio a causa di questo evidente limite e debolezza dell’impianto, basato fondamentalmente su maggiori entrate, tagli e nessuna riforma strutturale;
considerato che:
i tagli prospettati nella manovra, che si aggiungono a quelli operati con il decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, colpiranno indiscriminatamente tutti i Ministeri. Particolarmente gravi appaiono quelli relativi al Ministero della Giustizia, perché operanti su una spesa complessiva già fortemente ridotta dalla manovra economica del dicembre 2010. Le riduzioni sono significative, e suscettibili di determinare un ulteriore forte decremento dello standard qualitativo dell’amministrazione della giustizia, rischiando di provocarne addirittura la paralisi;
il buon funzionamento del sistema giudiziario, oltre ad essere la risposta primaria alla domanda di giustizia dei cittadini, costituisce indispensabile condizione di promozione e garanzia del funzionamento del sistema economico e sociale nel suo complesso. La scarsa efficienza della giustizia civile impedisce lo sviluppo dei mercati finanziari, distorce il mercato del credito e dei prodotti, inibisce la nascita di imprese o ne compromette la crescita, rende poco attrattivi gli investimenti esteri. Più in generale l’inefficienza della giustizia civile, indebolendo la minaccia dell’applicazione di sanzioni tempestive, costituisce un incentivo a porre in essere comportamenti opportunistici da parte dei debitori, e finisce per influenzare la qualità del credito in termini di rigidità nei prodotti bancari, aumento dei costi di intermediazione, minore redditività degli intermediari finanziari, richiesta di maggiori garanzie ai debitori;
le forti riduzioni di spesa previste al Ministero della giustizia ostacoleranno in misura significativa la piena attuazione delle politiche per la sicurezza e il contrasto alla criminalità, impedendo il celere ed effettivo accertamento dei reati e l’identificazione dei colpevoli, nonché la prevenzione dei delitti, in palese contraddizione con quanto asserito dagli esponenti del Governo e della stessa maggioranza non solo in sede parlamentare o in contesti istituzionali, ma anche nell’ambito di dichiarazioni rese alla stampa;
rilevato che:
il decreto-legge in esame, nonostante esso rappresentasse una utile occasione, così come appare altresì dai richiami della Banca d’Italia sulla necessità di una giustizia efficiente, non prevede misure specifiche per l’amministrazione della giustizia. Manca una proposta, seppure parziale, che faccia intravedere ai cittadini così come al personale del comparto giustizia che il Governo ha un concreto indirizzo politico per il miglioramento della sicurezza pubblica e per la risoluzione delle gravi inefficienze che ancora caratterizzano l’amministrazione della giustizia nel nostro Paese;
a compensazione dei drastici tagli subiti dal comparto giustizia negli ultimi tre anni si sarebbe dovuto procedere, come promesso dal Governo in più sedi, all’incremento e alla finalizzazione delle risorse che confluiscono nel Fondo Unico Giustizia (FUG) per assicurare il funzionamento e il potenziamento degli uffici giudiziari. Al contrario, non solo mancano tali previsioni, ma le “fantomatiche” risorse del FUG non sono ancora a disposizione;
non sono presenti interventi volti a colmare le carenze strutturali e di risorse umane del settore, anche considerando che gli organici del personale giustizia sono stati drammaticamente ridotti nel corso dell’ultimo periodo. A compensare tale grave condizione non è sufficiente l’esclusione del personale amministrativo operante presso gli uffici giudiziari, del Corpo di polizia penitenziaria e dei magistrati, dalla previsione contenuta all’articolo 1, commi 3 e 4, di una ulteriore riduzione degli uffici dirigenziali di livello non generale e delle relative dotazioni organiche, nonché di riduzione delle dotazioni organiche del personale non dirigenziale. Sarebbe necessario invece prevedere tra l’altro un piano straordinario di copertura degli organici del personale dei ruoli delle cancellerie e segreterie giudiziarie, anche attivando un sistema di mobilità;
nonostante i ripetuti richiami, effettuati dalla stessa maggioranza, sulla necessità di una complessiva riorganizzazione degli uffici e della ridefinizione delle circoscrizioni giudiziarie, che è stata più volte sollecitata anche da parte del Capo dello Stato, dal CSM, dalla magistratura e dall’avvocatura e dal personale dell’amministrazione giudiziaria, nel decreto-legge non sono presenti interventi per garantire una maggiore efficienza della Giustizia, a cominciare dalla revisione delle circoscrizioni giudiziarie, dall’istituzione dell’ufficio per il processo (unità operativa in grado di svolgere tutti i compiti, e di fornire quindi un valido supporto all’attività giurisdizionale per moltiplicare qualità e produttività) e dalla semplificazione ed unificazione dei riti nella giustizia civile;
sarebbe necessario, altresì, prevedere un Piano straordinario triennale di programmazione del lavoro giudiziario per la gestione del contenzioso civile e andrebbe configurata una road map, che partendo dall’estensione a tutta Italia del decreto ingiuntivo telematico e dalla diffusione delle notifiche telematiche in tutti gli uffici, arrivi nel giro di tre – quattro anni all’obbligatorietà del passaggio al processo telematico.;
il Governo, infine, non propone una politica vera contro l’evasione fiscale, che costa all’Italia ogni anno circa 300 miliardi di euro di imponibile sottratte all’erario: di queste, l’evasione di imposte dirette è 115 miliardi di euro, l’economia sommersa sottrae 105 miliardi, la criminalità organizzata 40 miliardi e 25 miliardi chi ha il secondo e terzo lavoro. A questo si aggiunge il costo della corruzione: altri 70 miliardi (dati della Corte dei Conti). Sommando tutte le voci si giunge ad oltre 350 miliardi di euro, sottratti ogni anno dalle casse dello Stato, che attinge quasi unicamente dai dipendenti a reddito fisso e dai pensionati (gli unici rimasti a pagare veramente le tasse in Italia);
sarebbero al riguardo necessarie misure quali la tracciabilità, a fini anti-riciclaggio, dei pagamenti superiori a 1.000 euro e, a fini anti-evasione, dei pagamenti superiori a 300 euro, e la parziale o totale deducibilità delle spese per la manutenzione della casa di abitazione. Tutte disposizioni che rappresentano – oltre che ovvie e basilari misure di giustizia – anche l’occasione di ottenere da parte degli evasori risorse da destinare alle categorie che dalle manovre del Governo sono state più volte fortemente colpite. Sono inoltre assenti, nonostante la loro drammatica attualità, norme contro il falso in bilancio e l’autoriciclaggio. Occorre invece modificare la proposta del tutto insufficiente del Governo in materia di caporalato, prevedendo sanzioni adeguate anche per chi opera in forma non organizzata, escludendo la pena detentiva per il datore di lavoro domestico non organizzato in forma d’impresa e prevedere l’estensione della concessione delle misure di protezione di cui all’articolo 18 del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, anche ai lavoratori stranieri sfruttati. Peraltro, le disposizioni dell’articolo 12 sul caporalato rischiano di essere limitate nella loro efficacia dall’effetto combinato delle previsioni dell’articolo 8, in cui vengono deregolamentate proprio le materie che costituiscono, per previsione del decreto stesso, indice di sfruttamento;
non sono infine presenti una serie di misure che sarebbero utili al recupero di risorse pubbliche e alla riduzione dei costi e allo stesso tempo finalizzate alla trasparenza dell’attività amministrativa e giudiziaria, nonché alla tutela della concorrenza, quali:
- il divieto di accordo bonario e il divieto di arbitrato per i contratti relativi a concessioni ed appalti pubblici di opere servizi e forniture;
- l’esclusione dei grandi eventi e degli eventi prevedibili dall’applicazione delle ordinanze di protezione civile, nonché il ripristino del controllo della Corte dei Conti sulle medesime ordinanze;
- il divieto di assumere incarichi di arbitrato ed altri incarichi extra-istituzionali per i magistrati ordinari ( già peraltro esclusi per legge dagli arbitrati), amministrativi, contabili e militari, nonché avvocati e procuratori dello Stato;
- il divieto per i magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari di percepire compensi qualora assumano incarichi extra-istituzionali. I compensi dovuti devono essere versati al bilancio dell’amministrazione della giustizia al fine di finanziare il piano straordinario di copertura degli organici del personale amministrativo;
- il divieto per i dirigenti pubblici di ricoprire altri incarichi di natura gestionale o funzione di revisione, di controllo e consulenza se non in rappresentanza dell’amministrazione di appartenenza, con limiti per l’incremento della retribuzione;
- la soppressione delle norme introdotte nel decreto-legge 98 del 2011 sulla partecipazione dei magistrati ordinari, amministrativi e contabili e dei procuratori e avvocati dello Stato ( anche in servizio) alle commissioni tributarie e sull’esclusione dell’apporto di liberi professionisti qualificati;
- la soppressione delle norme introdotte nel decreto-legge 98 del 2011 sull’innalzamento delle soglie relative alle procedure di evidenza pubblica in materia di appalti;
per tutti questi motivi,
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